Zona Espansione Nord

Lo Zen, quartiere periferico progettato verso la fine degli anni ‘60 da Gregotti, è un esempio di edilizia popolare da sempre oggetto di accesi dibattiti e giudizi contrastanti. E’ un luogo spettrale…gli edifici bassi, tutti uguali e tristi, a causa della cattiva gestione burocratica furono occupati prima che venissero completate le infrastrutture, di conseguenza in molte zone mancano anche le fognature. Il degrado architettonico rispecchia perfettamente il degrado sociale, allo zen la criminalità si respira nell’aria.


http://www.youtube.com/watch?v=4H8YINhRLVQ
Totò, parcheggiatore abusivo, ci vive; Eleonora ci lavora come assistente sociale; il giornalista vuole scovare proprio qui lo scoop che vale una carriera; l’urbanista ci vede poco più che una triste sfilza di anonimi caseggiati; il ricercatore sociale ne parla come di un “ghetto” ad alto tasso di delinquenza: sono questi i personaggi che si muovono dentro e intorno allo Zen di Palermo, paradigma maledetto della periferia italiana e non solo. Ma quale è la vera vita che si svolge fra le strade e nelle case di questo immenso quartiere, consegnato all’immaginario collettivo come il più violento e disperato d’Italia e simbolo del degrado che accomuna molti sobborghi urbani europei? Un libro di F. Fava (lo Zen di Palermo antropologia dell’esclusione) raccoglie tante storie sullo Zen: case popolari occupate abusivamente sono divenute oggi un’enclave sociale distinta dal resto della città da frontiere fisiche e simboliche. Le storie, però, non parlano da sole e non basta raccontarle. Questo libro è esso stesso una storia, il resoconto di una ricerca antropologica condotta per sette anni tra le maglie dell’esclusione.
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giusto per essere il precisino di turno… esiste uno zen #1 e uno zen #2… nel primo conosco persone che vi abitano e che vivono una vita come quella di tutti, per niente ai margini della società ( forse eccezioni, non saprei in effetti )… E’ il secondo che è un fallimento da tutti i punti di vista. Dalla sua genesi… grandi progetti calati dall’alto senza conoscere la “morfologia” del territorio… alla sua realizzazione… al suo epilogo.
E un altra cosa.
Nino D’Angelo raccontava che attraverso la musica era riuscito a conoscere un mondo a lui sconosciuto che lo aveva allontanato da una vita da scugnizzo già scritta. Perchè creare quartieri ex-novo, sembrerebbe suggerire, dove ghettizzare gli “ultimi”?… Ricordo alle elementari, la maestra era uso ( usa? ) dividerci in gruppi di lavoro, uno bravo (io!…allora…sigh!) e, a scendere a scendere, fino al più coatto… devo dire che serviva… a tutti…
Io ho un’opinione abbastanza distonica rispetto a questo. Ho l’impressione che la distinzione Zen 1 Zen 2 , rafforzata dalla diversità fisica innegabile, sia più apparente che sostanziale. Più per coloro che vengono da fuori, gli operatori esterni, i giornalisti, ecc, che per gli abitanti reali. Chi abita allo Zen 2? La maggior parte sono figli o parenti di abitanti dello Zen 1. In più, penso che la vera gerarchia sociale interna non sia quella legata alla distinzione tra Zen 1 e Zen2, ma quella che si manifesta nelle risposte individuali alle pressioni economiche e sociali della parte restante città. Come dire, quella tra u pidocchiu arrinisciutu e l’uomo civilizzato, e questa è trasversale a tutto il quartiere. Anch’io ho incontrato molti residenti che mi hanno detto, come prima frase: Io non sono come loro. Poi invece scopri che queste stesse persone hanno una fitta rete di relazioni con tutti i vicini. Quindi, in qualche modo, mettono in scena davanti a me questa separazione. Lo stigma esterno è talmente forte, che diventa difficile dire al primo approccio Si io abito con quelli là. Sono come loro. E l’assenza di solidarietà denunciata dagli operatori esterni, non è altro che la risposta a questo.
Come posso dire di essere solidale con quello che tu mi additi in continuazione? Mentre invece ci sono dei rapporti intensissimi tra Zen 1 e Zen 2. D’altra parte è vero che da insula a insula, ma anche all’interno di una stessa insula, c’è una variabilità enorme. Per cui, entrando allo Zen, devi stare attento a non farti imbrigliare da queste grosse categorie. Pensate un po’ a quanta presunzione c’è nel voler dire chi tu sei guadandoti solo dall’esterno. Quando accade non è la mia singolarità che viene colta, ma la mia appartenenza a una categoria sociale presa nel gioco, violento, del privilegio o del suo volto nascosto, che è quello dell’oppressione.
Ciò che è in gioco è quello che dice Gayatri Chakravorty Spivak: la permanente critica di ciò che non posso non volere
Io guardo le relazioni concrete e gli individui concreti. E allo Zen c’è una organizzazione sociale, non si può dire che non c’è. Il problema è che noi siamo presi all’interno di una gerarchia sociale e quindi vediamo di più quello che accade allo Zen e non quello che accade a viale Strasburgo o in via Libertà che i residenti dello Zen prendono sempre come riferimento di un mondo immaginario a cui non hanno accesso. Nel vostro articolo c’è una frase che a me è piaciuta molto: allo Zen si vuol cambiare di posto, ma non si vuol cambiare il posto. Ma questo, vi ricordo, accade un po’ dappertutto nella nostra società. Per cui sembra che tutti i problemi siano solo dello Zen. Negli altri quartieri dove è la vita associativa? Non mi sembra che Via Libertà brilli per livelli di partecipazione suprafamiliare alla vita pubblica.